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POLITICA
5 aprile 2011
E' INIZIATA LA PRIMAVERA. ANCHE AD AMELIA
Oltre 400 persone hanno salutato, sabato scorso, l'avvio del cammino di Insieme per Amelia verso le elezioni comunali di maggio prossimo.
Chi, come me, fa politica per passione e con passione non potrà che ricordare quella serata per tutta la vita.
Mi ha colpito l'affetto dimostrato dalla gente.
Mi ha stupito la straordinaria partecipazione popolare, anche da persone inaspettate, segno evidente dell'entusiasmo che c'è intorno al nostro progetto politico.
Mi ha emozionato la vicinanza espressa dagli interventi.
Le parole calde degli alleati, quelle sentite dei due sindaci di Amelia Giorgio e Fabrizio, quelle profonde e amichevoli di Carlo Emanuele Trappolono e di Mario Giovannetti.
La Festa di Insieme per Amelia di sabato è il miglior inizio possibile per il nostro percorso.
L'entusiasmo, la partecipazione, l'affetto e la vicinanza dimostrata da centinaia di amerine e di amerini sono la dimostrazione evidente della bontà del nostor progetto politico: valorizzare le esperienze amministrative passate e aprire una fase nuova, lanciare Amelia verso l'Europa del futuro.
C'è l'opportunità di smuovere tante coscienze stanche e disilluse.
C'è l'opportunità di dare uno spazio di rappresentanza politica ai tanti giovani che si sono allontanati dalla politica.
C'è l'occasione unica di dimostrare con i fatti il nostro essere nuovi.
Nuovi come la politica che vogliamo proporre.
Politica come servizio alla comunità.
Politica come cura di interessi generali e non srumento di affermazione egoistica.
Politica come speranza per un futuro di crescita, sviluppo sostenibile, turismo, inclusione sociale.
Non siamo persone eccezionali.
Siamo donne e uomini onesti con un grande amore: Amelia e l'Italia.

LAVORO
28 marzo 2011
Laici e cattolici per un lavoro sicuro, degno e stabile.
Ottomila persone a Roma, nella Sala Nervi del Vaticano, provenienti da un'unica diocesi, quella di Terni-Narni-Amelia.
Una mobilitazione eccezionale ed impressionante resa possibile dalla capacità di una comunità di stringersi intorno ad un valore caratterizzante: il lavoro.
Famiglie, lavoratori, parroci, laici, amministratori. Tanti caschetti da lavoro. Alcuni striscioni di sostegno ai lavoratori in difficoltà del Polo Chimico ternano.
Sullo sfondo la musica degli organi, le parole dense e rassicuranti del vescovo Paglia  e poi quelle puntuali di Papa Benedetto XIV.
Collante di un simile momento di unità e coesione, il lavoro.
Il lavoro sicuro. Perchè sono troppe le morti bianche e troppo flebile l'eco che le accompagna e gli sforzi delle pubbliche autorità.
Il lavoro degno. Perchè troppo spesso il lavoro si trasforma da strumento di elevazione della persona a metodo di sfruttamento e di mortificazione.
Il lavoro stabile. Perchè solo la stabilità consente la giusta tranquillità nell'affrontare con serenità la vita.
Parole nette quelle di Paglia e Benedetto XIV.
Parole che denudano l'intima corrispondenza tra la dottrina sociale della Chiesa e la cultura riformista e progressista.
« Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale, e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali. »
Queste parole, presenti nella enciclica Caritas in Veritate, indicano una precisa posizione sui temi del lavoro e del mercato.
Il mercato che, seppur non negativo in assoluto, non può contare solo su se stesso ma deve essere corretto dall'azione morale dei soggetti e dello Stato.
Il mercato che non deve tradursi in sopraffazione dei forti sui deboli.
Sui temi del lavoro l'enciclica ribadisce la centralità della persona umana del lavoratore e difende il lavoro dignitoso, "un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa".
Un modello, quello sociale della Chiesa emerso con forza nell'udienza speciale di sabato 26 marzo 2011, che rappresenta un' eccezionale occasione di convergenza tra la cultura cattolica e quella laica progressista, che rifiuta la vulgata neo-liberista del mercato come strumento di autoregolazione ottimale delgi interessi e che difende il lavoro come mezzo di elevazione della persona e non solo come voce di profitto.
Un motivo in più per credere con forza nel progetto riformista del Partito Democratico.
Troppo spesso si cade alla tentazione di riconoscersi come diversi, come ex.
Troppo spesso si dimentica l'eccezionale scommessa da cui nasce un partito che vuole elaborare una cultura politica nuova in cui laici e cattolici si sentano uniti dai contenuti e dai valori e dimentichino le differenze.
Troppo spesso si cede alla tentazione mentale di auspicare un comodo ritorno al proprio orto di partenza, così sicuro, monocolore e tranquillo.
Ma ormai troppo angusto e rivolto al passato.
La posta in gioco è alta.
C'è in ballo la possibilità di costruire una proposta politica nuova che valorizzi il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni e che metta insieme le ragioni del lavoro con quelle dell'impresa, all'insegna di una comunità solidale dove il primo sia dignitoso e la seconda riconosca la propria vocazione sociale.
La società moderna e mondializzata non consente passi indietro. Anche ad Amelia.
Occorre unire tutte le forze, lavoratori, imprese, famiglie, cittadini, associazioni, che credono che al centro della politica deve esserci la persona umana e che vogliono costruire insieme un futuro di sviluppo e benessere diffuso e preservare la nostra comunità solidale dalle tendenze egoistiche e disgreganti.
Insieme si può.
politica interna
8 marzo 2011
Ritiro la mia candidatura. Ma non mollo. C'è in gioco la mia dignità personale e politica

Ritiro, attualmente, la candidatura a sindaco di cui mi ha investito il PD di Amelia lo scorso mercoledì 2 marzo 2010.

Il Pd ha svolto un percorso democratico di ascolto e consultazione dei membri del suo organismo dirigente.

Venturi, Giovannetti e Dimiziani hanno investito ore ed ore del loro tempo per ascoltare indicazioni relative a programmi, linea politica e nomi dei candidati a sindaco.

Ne è uscita una forte indicazione verso il rinnovamento e la maggior parte dei consultati si è espressa in favore della mia candidatura.

All'assemblea del 2 marzo 2010 il risultato delle consultazioni è stato oggetto di una discussione politica che ha portato la gran parte dei presenti, pur partendo da posizioni diverse, all'investitura nei miei confronti.

In questi sei giorni da candidato a sindaco del PD ho ricevuto messaggi di sincera stima, affetto ed entusiasmo.

Molti, cittadini, giovani, donne, hanno visto nella mia candidatura la possibilità di dare una scossa nuova alla città e un reale rinnovamento della classe politica.

Poi si sono levate le grida scontente dei vecchi colonnelli ancorati da trent'anni in consiglio comunale che hanno voluto dipingermi come la marionetta di qualcuno.

Alla fine queste voci hanno avuto la meglio e il PD si avvia a rimettere in discussione il percorso democratico fatto per trovare un altro candidato, magari nemmeno iscritto al partito.

Sono iniziate defezioni importanti e ripensamenti anche da parte di chi affermava di credere in questo percorso sin da tempi non sospetti.

Questo significa che la minaccia di pochi può rimettere in discussione il processo decisionale democratico interno al partito fino a ribaltarne la volontà.

Non resto sullo spiedo. C'è in ballo la mia dignità politica e personale, per questo ritiro la mia candidatura invitando tutti ad una riflessione seria.

Ringrazio di cuore Venturi e Giovannetti e gli altri compagni del PD per il loro sostegno.

Ringrazio IDV, SEL e Rifondazione per la loro lealtà.

Resto nel PD, perchè credo che esista un Pd diverso, un Pd davvero democratico che merita giorni migliori.

Ritiro attualmente la mia candidatura per sottrarla dall'ambiguità in cui è stata ricacciata. Ma non mollo. Auspico un passo indietro di tutti nel Pd e la riapertura di un dibattito serio senza escludere l'utilizzo di strumenti partecipativi democratici che possano dare ai cittadini la possibilità di evitare vecchie manovre di palazzo.

POLITICA
1 marzo 2011
La strategia del Parlamento Europeo contro la crisi

Lo scorso 17 febbraio il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione sull'attuazione degli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione.

L’attenzione rivolta dal Parlamento Europeo alle tematiche sociali e del lavoro dimostra, ancora una volta, come il Parlamento, spesso ancor più della Commissione o del Consiglio, stia svolgendo un ruolo essenziale nella costruzione di una vera Europa sociale che vada oltre la sua connotazione ancora troppo economia e monetaria.

Tra i considerando della risoluzione è possibile scorgere la strategia delineata dal Parlamento Europeo nell’affrontare le sfide lanciate dalla crisi economica e dalla conseguente necessità di attivare un’immediata ripresa dell’occupazione e della crescita, senza lasciare indietro nessuno e promuovendo innovazione e ricerca.

La risoluzione si pone del tutto in linea con gli obiettivi programmatici della strategia Europa 2020, nei confronti della quale, anzi, l’organo elettivo reclama un maggior ruolo ed un maggior coinvolgimento.

Il provvedimento parlamentare ribadisce la necessità urgente di intensificare gli sforzi a tutti i livelli, con il coinvolgimento delle parti sociali e degli altri soggetti interessati, per garantire che gli orientamenti sull'occupazione siano correttamente applicati al fine di accrescere la partecipazione al mercato del lavoro, sviluppare una manodopera qualificata e migliorare la qualità e le prestazioni dei sistemi di istruzione e di formazione.

Alle preoccupazioni di ordine economico, che attengono alla necessità di aumentare la produttività e la competitività del sistema industriale puntando sulle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica, sull’innovazione, la ricerca e lo sviluppo, si affiancano sempre le preoccupazioni di carattere sociale: lottare contro la povertà e l’esclusione sociale;  prestare particolare attenzione a specifici sottogruppi, come i giovani, le donne, le persone con disabilità e i lavoratori anziani; coinvolgere nell’attuazione di tali obiettivi le parti sociali, sia a livello europeo che nazionale, promuovendo attivamente il dialogo sociale; assicurarsi che i sistemi di protezione sociale, fondamentali nella stabilizzazione dell’economia, continuino a fornire un sostegno adeguato e a svolgere la loro parte nel salvaguardare e nel migliorare le competenze e l'occupabilità, in modo che il capitale umano possa essere conservato e valorizzato e si sfrutti appieno la ripresa.

Spiace notare come le iniziative promosse dall’ordinamento comunitario per uscire rafforzati dalla crisi siano del tutto disattese dal nostro Governo nazionale che si sta discostando sempre di più dagli obiettivi della strategia Europa 2020 e sta allontanando il nostro Paese dall’Europa migliore.

La strategia Europa 2020, ben interpretata dalla risoluzione del Parlamento Europeo, mira ad aumentare i livelli di occupazione attraverso la qualità e la specializzazione puntando tutto su formazione continua, istruzione, riduzione dell’abbandono scolastico e sinergia scuola-lavoro.

Il nostro Governo, al contrario, ha colpito duramente il sistema scolastico ed universitario con una politica di tagli lineari volta unicamente a risparmiare sui costi senza incidere sulla qualità dell’offerta formativa. Proprio in queste ore il presidente Berlusconi ha addirittura attaccato frontalmente il sistema di istruzione pubblica.

La strategia europea, inoltre, punta alla valorizzazione della ricerca, dell’innovazione e dello sviluppo al fine di far progredire la capacità innovativa del sistema e gli investimenti privati in tale ambito. L’obiettivo è trasformare le idee innovative in prodotti competitivi nei mercati internazionali. Il nostro governo ha, al contrario, tagliato gli investimenti in ricerca ed innovazione, che già si classificavano agli ultimi posti nel contesto comunitario.

Stesso discorso vale per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.

Discorso a parte merita, poi, il piano sociale. Se l’Europa si preoccupa di rafforzare l’inclusione sociale e la lotta alla povertà, nel nostro Paese manca una seria politica dei redditi, bloccati da anni e depauperati sensibilmente del loro potere d’acquisto.

La forbice della diseguaglianza sociale sta aumentando a dismisura e, di fronte a tale allarme, il governo ha ridotto di oltre il 73%, nell’ultima finanziaria, la spesa sociale rispetto all’ultima finanziaria del governo Prodi.

Il sistema di protezione sociale, come spesso ricordato, nel nostro Paese appare spesso inadatto a fornire tutela ai “nuovi” lavoratori, plasmato, com’è tuttora, intorno alla figura tipica del lavoratore subordinato. L’aliquota contributiva dei lavoratori atipici è notevolmente inferiore a quella dei lavoratori standards con evidenti ripercussioni sul trattamento pensionistico futuro in regime contributivo.

Per non parlare poi del valore del dialogo sociale e della coesione sociale e territoriale.

Il primo è del tutto sconosciuto al nostro Governo che ha affrontato la crisi nella sua totale latitanza (basti pensare all’assenza per mesi del ministro per lo Sviluppo Economico).

Questo Governo ha perseguito l’obiettivo della divisione del mondo del lavoro, dell’intervento fazioso rinunciando al proprio ruolo di cerniera tra le istanze datoriali e quelle dei lavoratori.

Il risultato è che il sistema Italia, a differenza di quanto auspicato dalla strategia Europa 2020, non ha “fatto squadra”, gli interessi particolari dei singoli gruppi non sono stati ricondotti in un quadro organico d’insieme. Ne siamo usciti tutti più deboli.

La risoluzione del Parlamento europeo e la strategia Europa 2020 indicano un percorso ambizioso ma percorribile per uscire dalla crisi più forti, con un sistema nel suo complesso più maturo, pronto ad affrontare le sfide della globalizzazione e della competitività, ma nello stesso tempo, più coeso, con meno diseguaglianza e più inclusione sociale.

Il nostro Governo sta operando in tutt’altra direzione allontanando sempre di più il nostro Paese dall’Europa che conta e disgregando il tessuto vivo della nostra società, sia sul piano sociale che su quello territoriale.

L’auspicio è uscire presto da questa fase di stagnazione e ritrovare quel sano spirito progressista ed europeista che riporti la politica ad occuparsi autorevolmente del nostro futuro cogliendo le sfide difficili ma entusiasmanti della strategia Europa 2020.

 

 

 

 

 

POLITICA
8 febbraio 2011
Me ne vado a Detroit. Con il si in tasca. E il PD?
Possibile trasferimento della Fiat a Detroit.
Questa la dichiarazione di Sergio Marchionne che è tornata a far tremare la politica, i sindacati  e il mondo del lavoro. E il PD.

Nel merito, il trasferimento della testa della società in America, secondo quanto affermato dal quotidiano MF, potrebbe portare la società a un esborso da circa 4 miliardi di euro visto che, in caso di trasferimento, gli azionisti di minoranza avrebbero il diritto di chiedere il recesso dai titoli del gruppo.
Si tratta, quindi, di una decisione che metterebbe un enorme punto interrogativo sugli investimenti annunciati (senza alcun impegno preciso) da Marchionne e presentanti come contropartita all'accettazione dell'accordo da parte dei lavoratori e dei sindacati.

Sul piano politico la dichiarazione dell'ad di Fiat si tramuta in un vero terremoto per i partiti, di maggioranza e di opposizione.

La maggioranza,  impantanata nei problemi personali di Berlusconi e rivolta unicamente a trovare soluzioni per garantire al Capo l'immunità, ha mostrato la sua totale incapacità di esprimere una governance forte ed autorevole dei delicati processi economici e sociali innescati dalla crisi e dai fenomeni di mondializzazione dei mercati.
Il presidente Berlusconi si è mostrato assolutamente incapace di ragionare come un rappresentante istituzionale,  continuando a pensare come un imprenditore e a solidarizzare con la parte a cui continua ad appartenere. Ecco la gestione imprenditoriale dello Stato: dividere il mondo sindacale, favorire accordi separati, rifiutare ogni logica di concertazione e di dialogo sociale accettando in maniera acritica ogni decisione manageriale, anche se a farne le spese sono i diritti costituzionali dei lavoratori e la stessa permanenza degli impanti produttivi.

Non ne esce meglio il Partito Democratico. O meglio, alcuni suoi esponenti.

Hanno dimostrato lungimiranza e visione ampia dei fenomeni coloro che, come Fassina e lo stesso Bersani, hanno sottolineato la necessità e l'importanza di un nuovo impegno della Fiat in Italia in termini di investimenti ma hanno anche evidenziato come il management Fiat non avesse assunto alcuna responsabilità concreta, senza dire una parola sull'importo reale degli investimenti, sulle nuove produzioni, sull'innovazione, la ricerca. Ed hanno anche avvertito che quel modello non può che costituire un'eccezione, perchè le sfide della competitività del sistema non si giocano erodendo i diritti costituzionali dei lavoratori o estromettendo dal circuito della democrazia sindacale  e della rappresentanza le organizzioni sindacali "scomode".

Hanno fatto, viceversa, un grande danno d'immagine coloro che hanno tolto alla politica il suo compito, e cioè quello di inquadrare i fenomeni dall'alto, senza schierarsi aprioristicante, mostrando la capacità di sistemare interessi ed assetti anche confliggenti alla luce di un dato sistema di valori.
Sono coloro che, oggi, corrono ai ripari dicendo che Marchionne deve chiarire ma che fino a poco fa lo definivano un socialdemocratico, o, peggio, confondevano la tecnica del ricatto, la destrutturazione dei diritti dei lavoratori e la negazione della democrazia in azienda come il mirabile frutto della modernità e del progresso.

Basterebbe, almeno, l'umiltà di ammettere di aver sbagliato e, per il futuro, far parlare di certe cose chi se ne intende. E lo ha dimostrato.




politica interna
21 gennaio 2011
Livorno. 21 gennaio 1921. Novant’anni dopo.

Un Teatro San Marco gremito ospitava, novanta lunghi anni fa, la nascita del Partito Comunista d’Italia.

Oggi del Teatro, colpito dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale,  non resta che qualche muro. Del Partito neppure quello.

Resta, tuttavia, una bella iniziativa: una mostra per i novant’anni dalla nascita del Partito, inserita nelle iniziative per i 150 anni di Unità nazionale.

Con un significato univoco: il Partito Comunista, piaccia o no, ha costituito un elemento fondamentale nella storia italiana del novecento, coprendo ben 70 dei 150 anni di Unità.

Una pietra miliare.

Caduto il muro di Berlino la politica si è precipitata frettolosamente a ripulire se stessa da quell’esperienza.

E così sono spuntati fuori i dirigenti del Pci che mai sono stati comunisti, sono cambiate le sedi, i nomi, i simboli.

A novant’anni dall’assise di Livorno è tempo di pensare al Partito Comunista Italiano con maturità e distacco storico.

Senza vergogna. Con qualche rimpianto.

Non può esserci vergogna per aver militato in un Partito che ha contribuito in maniera determinante, con grande sacrificio di uomini e di menti, alla sconfitta finale del nazifascismo, perdendo sui monti migliaia di ragazzi e ragazze per la libertà dell’Italia.

Nessuna vergogna può avere chi ha aderito ad un Partito che ha scritto la Costituzione più bella del mondo, ottenendo un difficile compromesso tra le ragioni del mercato e dell’impresa e quelle della persona umana, della dignità, dell’eguaglianza e della giustizia sociale.

Nessuno può vergognarsi di aver preso parte ad un’organizzazione che ha saputo dare rappresentanza ad ampie sacche sociali di dissenso e di insofferenza, limitandone la carica destabilizzante verso l’ordine democratico.

L’elenco potrebbe continuare.

Il Partito Comunista, perlomeno da quando ha maturato l’idea di una propria via al socialismo alternativa ai sistemi del socialismo reale, ha costituito una grande forza di progresso in grado di incidere nello scenario politico italiano per ottenere maggiori diritti, giustizia sociale, equità e riforme di struttura erodendo il privilegio.

Non senza errori di valutazione o di metodo, sia chiaro.

Ma questa è, ormai, storia.

Nessuno può pensare a riproporre quel modello, nato e cresciuto in un contesto storico, politico, culturale e sociale non più ripetibile.

Resta qualche rimpianto.

Il rimpianto per quel senso di appartenenza e di gelosia verso il Partito che nutrivano i suoi iscritti e militanti.

Il rimpianto per la coesione, la solidarietà tra i membri, la dedizione alla causa comune.

Un vecchio compagno del circolo PD del mio comune mi disse una volta: “Ricorda, le persone passano, il Partito resta”.

In questa frase voglio suggellare un passaggio di consegne tra chi ha vissuto, senza alcuna vergogna, l’esperienza politica del PCI e chi, come me, si accinge con passione ed entusiasmo, ad impegnarsi nella nuova sfida del Partito Democratico.

Le persone passano, il partito no.

E se il Partito si identifica con una persona?

E se il Partito rinuncia ad essere una libera comunità di donne ed uomini stretti intorno ad una tavola comune di valori e ad un unico progetto di riforma della società?

E se nel Partito le mire ambiziose di taluno prevalgono sulla causa comune?

Di colpo siamo nel presente.

Il Partito Democratico non è il PCI. Nessun dubbio su questo.

Ma raccoglie alcune intuizioni delle personalità migliori del vecchio Pci.

Raccoglie la sfida di Gramsci che rifiutò il settarismo e la chiusura all’esterno del Partito guardando con favore ad esperienze pur diverse ma con basi comuni, come il movimento sindacalista cattolico di Guido Miglioli o il liberalismo progressista di Pietro Gobetti.

Raccoglie l’intuizione di Berlinguer secondo cui le forze della sinistra non avrebbero potuto esimersi da un contatto con le masse cattoliche con le quali, d’altronde, molti erano i punti in comune.

Oggi, superati gli steccati ideologici e i pregiudizi, esiste una casa comune per tutti coloro che sognano una società più giusta, senza privilegi, con un’allocazione più equa delle risorse, con più dignità e dove la persona sia veramente al centro, prima del mercato e dell’iniziativa economica.

Le persone passano, il Partito resta.

Spesso le rivalità interne, le ambizioni personali, le lotte intestine ci fanno dimenticare quanto sia preziosa e delicata la casa comune in cui viviamo.

Si annebbia la memoria e si dimentica quanto in comune si abbia.

Risale alla fine dell’ottocento la straordinaria esperienza delle società di mutuo soccorso.

Un esempio di solidarismo, di capacità di mobilitazione, degli ultimi, dei proletari, che, dimenticati dallo Stato, si organizzano per aiutarsi vicendevolmente, consapevoli che l’individuo da solo non può nulla, ma che solo stringendosi in social catena è possibile far fronte alle ingiustizie del tempo.

Queste organizzazioni avevano colori diversi, alcune erano socialiste, altre cattoliche.

Ma condividevano gli stessi valori, gli stessi bisogni, parlavano agli stessi soggetti.

La storia ha poi diviso il grande movimento solidale che predicava l’eguaglianza, la giustizia sociale, la liberazione dalle ingiustizie e dai soprusi.

Ora la storia, in Italia, ci riporta indietro, agli albori della coscienza sociale e della domanda di eguaglianza, uniti in unico progetto.

Abbiamo una grande casa comune per ridare slancio a questo sogno.

Il programma c’è. E’ scritto nella Costituzione, quella stessa Carta Costituzionale rimasta inattuata in molte sue parti ed il cui programma egualitario e di riforma radicale attende ancora di essere attuato.

Ma la dimensione nazionale non basta e le recenti vicende dimostrano come occorra ormai assumere un’ottica sovranazionale.

Il terreno naturale in cui questo grande progetto deve dispiegare il suo percorso non può che essere l’Europa. L’Europa unita, grazie a liberi pensatori che si formarono politicamente proprio nel PCI come Altiero Spinelli.

L’Europa che deve considerare sempre più il proprio modello di economia sociale e di welfare universale come un motivo di orgoglio da difendere gelosamente.

L’Europa, che deve diventare sempre più Europa sociale, dei diritti, delle tutele e del benessere diffuso e non detenuto da pochi.

Per dirla con Spinelli «Sarà il momento della nuova azione e sarà l'ora di uomini nuovi: il momento per una Europa libera e unita»

Quel momento è arrivato.

Solo così potremmo dire davvero di non aver disperso la carica e l’eredità del PCI e potremmo davvero gridarlo: auguri.

 

 

 

15 gennaio 2011
Ha vinto la dignità. Ora la parola spetta alla politica.
Un esiguo 55 %, ottenuto in massima parte con i voti di impiegato e quadri, ha sostituito quel plebiscito a favore dell'accordo di Mirafiori che molti speravano e prevedevano.
Ad aver vinto, in ogni caso, è la dignità dei lavoratori.
L'incertezza del voto ci dice una cosa sola: non era sulle spalle dei lavoratori che doveva essere caricata la responsabilità di compiere una scelta di sistema, dirimente, epocale.
Doveva essere la politica, insieme al sindacato e ad una classe imprenditoriale moderna, a trovare soluzioni innovative in grado di rispondere alle sfide della modernità mondializzata.
Ma non è stato così.
Ora, dopo la lezione dei lavoratori di Torino, la parola spetta alla politica.
L'art. 39 Cost. in Italia non è stato mai attuato. Dall'inattuazione costituzionale si è passati all'utilizzo del contratto collettivo nazionale di lavoro come strumento di diritto comune per regolamentare su scala nazionale la disciplina del rapporto di lavoro nelle varie categorie.
Ora, con il modello Mirafiori, attraverso la costituzione di newco non affiliate a Confindustria, si vuole boicottare il contratto collettivo nazionale di lavoro e passare ad una contrattazione decentrata a livello aziendale, laddove il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali diminuisce nei confronti della controparte datoriale.
Inoltre, si vuole anche escludere dalla rappresentanza in azienda e dalla fruizione dei diritti sindacali previsti dagli artt. 19 e seguenti dello Statuto dei Lavoratori, quelle sigle sindacali che non firmano gli accordi aziendali. Questo binomio ha l'effetto di sottoporre il sindacato a livello aziendale ad una forte pressione e di coartare la volontà contrattuale dello stesso.
L'organizzazione, infatti, non può contare sul contratto collettivo nazionale di lavoro e sa che se non firma l'accordo aziendale non viene rappresentata e non ha diritti sindacali.
Questo minaccia il sindacato che si regge e si sostenta anche sulla fruizione dei diritti sindacali predetti e altresì la democrazia sindacale, la possibilità dei lavoratori di essere rappresentati all'interno delle fabbriche con esiti sistematci preoccupanti in un sistema che, dal piano politico-istituzionale a quello dei luoghi di lavoro, dimostra di avere una capacità di rappresentare sempre più debole.
Occorre, quindi, che la politica ritorni auterovolmente alla guida di questa grande questione promuovendo una legge generale sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, sull'esempio di quanto avvenuto per il settore pubblico.
Questo percorso andrebbe portato avanti con un metodo del tutto diverso da quello seguito dal Governo e da Fiat, ovvero, non imponendo soluzioni dall'alto che spaccano e dividono il fronte sindacale, ma sedendosi intorno ad un tavolo, politica, imprenditori e sindacati, per trovare la formula migliore che possa aumentare la coesione sociale e la condivisione.
L'esempio metodologico  potrebbe essere quello seguito dal ministro Damiano con il Protocollo sul Welfare del 2007, prodromico all'approvazione della legge n. 247/2007.
In questa maniera potrebbe risolversi l'inattuazione dell'art. 39 Cost.
La politica dovrebbe interrogarsi anche sulla opportunità di evitare che la democrazia si fermi ai cancelli delle fabbriche dando finalmente attuazione all'art. 46 della Costituzione, studiando soluzioni per coinvolgere i lavoratori nella gestione delle grande imprese, sulla falsariga della Mitbestimmung tedesca, al fine di sviluppare strategie di risoluzione delle grandi sfide del futuro non contro i lavoratori e le lavoratrice ma di comune accordo con loro.
politica interna
7 gennaio 2011
DA POMIGLIANO A MIRAFIORI. GUARDARE LA REALTA' CON LENTI NUOVE
Il 2011 sembra caratterizzarsi sin dai suoi primi giorni come un anno fondamentale per il mondo del lavoro e delle relazioni industriali.
Dopo Pomigliano, infatti, anche a Mirafiori si ripropone il grande ricatto della dottrina Marchionne: o si rinuncia ai diritti o si rinuncia al lavoro tout court.
Una domanda dirimente alla quale gli attori politici e sociali non hanno saputo dare risposte adeguate, incapaci di guardare la realtà inedita che si propone con lenti nuove.
Il sindacato, da una parte ha accettato in modo pedissequo la diabolica opzione senza sottolineare adeguatamente il problema dei diritti.
L'altra parte del sindacato, la Fiom, ha dimostrato eccessiva ideologizzazione nel voler continuare ad affrontare la questione con il criterio solito della lotta di classe, degenerando così in una difesa sic et simpliciter dei diritti acquisiti senza interrogarsi in modo problematico sulla necessità, comunque, di trovare sinergie e strategie nuove di fronte a questioni inedite.
La politica, dal canto suo, ha mostrato piena incapacità a proporre soluzioni concrete. Lo stesso Partito Democratico, partito lavorista per eccellenza, non ha saputo offrire una linea unitaria, frantumandosi in una miriade di posizioni personali, diamentralmente opposte tra di loro.
L'errore di fondo è l'aver impostato la questione sotto forma di ricatto. Se la competitività delle aziende italiane la si deve ottenere comprimendo i diritti dei lavoratori, per centrare l'obiettivo si dovrebbe arrivare a condizioni analoghe al mercato del lavoro cinese e, non credo, nessuno possa auspicarlo.
Occorre ricordare a Marchionne che l'impresa nella Costituzione ha comunque una funzione sociale da realizzare e l'esercizio dell'attività economica non può porsi in contrasto con la dignità umana. Si possono ripensare i diritti dei lavoratori. Si può contrarre il diritto di sciopero, come tra l'altro è già avvenuto nel settore del servizi pubblici essenziali, ma non si può scendere al di sotto di una soglia costituzionalmente necessitata, perchè il lavoratore non è un mezzo di produzione ma una persona con diritti indisponibili ed irrinunciabili.
Ma la tutela dei diritti non è l'unico valore in campo. La produttività e la competitività del nostro sistema industriale è un altro valore di tutti. Anche del sindacato. Solo in un sistema che produce e compete è possibile pensare ad una maggiore redistribuzione della ricchezza, ad un aumento dei salari, ad un ripianamento delle crescenti diseguaglianze sociali.
E a tal fine chiudersi a riccio nella difesa dei diritti acquisiti senza porsi il problema non è lungimirante.
Non ci troviamo più di fronte ad un sistema economico nazionale ma in un sistema globale in cui l'impresa può sempre decidere di chiudere i battenti e investire altrove.
Questo non vuol dire accettazione acritica del ricatto ma vuol dire porsi il problema di studiare soluzioni nuove, guardando la realtà con lenti nuove. Non potrà dire di tutelare i lavoratori chi, per la aurea causa della difesa dei diritti, non si pone il problema di consegnare ai nostri figli un'Italia competitiva, economicamente dinamica e socialmente coesa.
Questa sembra essere la preoccupazione di chi, come la Camusso, avverte la sproporzione e la inaccettabilità dell'accordo ma sente anche la necessità di garantire la presenza del sindacato nella fabbrica e di consentire alla fabbrica di avere un futuro.
Perchè, sia chiaro, l'investimento serve e che venga fatto è una priorità per tutti.
Va anche detto, però, che la convenienza a restare in Italia per un'impresa non dipende solo dal ridurre all'osso i diritti di chi lavora.
Molti sono i fattori importanti: le infrastrutture, i trasporti, il costo e la reperibilità dell'energia, il funzionamento della giustizia, etc...
E qui il vuoto del governo è assordante.
Occorrono lenti nuove, soluzioni nuove e l'umiltà di tutti gli attori politici e sociali di ammettere di non avere soluzioni magiche nel cilindro.
Le sfide della competitività e della produttività nel mondo globalizzato sono inedite.
Le risposte devono essere altrettanto inedite.
Una di queste potrebbe giungere dalla vicina Germania: la partecipazione dei lavoratori nella gestione e nei risultati delle imprese potrebbe consentire un maggior coinvolgimento di chi lavora nella ricerca di strategie e soluzioni condivise per affrontare insieme sfide inedite per tutti.
Senza ricatti e senza pregiudizi ideologici, ma convinti che ognuno deve fare la sua parte.







19 dicembre 2010
SUGLI ARRESTI PREVENTIVI. LA CULTURA FASCISTA CONTRO LA COSTITUZIONE
In questi giorni la destra italiana, quella di governo, sta palesando con particolare frequenza la matrice fascista e illiberale della sua ideologia di base.
Lo ha fatto La Russa negli studi di Anno Zero. Lo ha fatto di nuovo Gasparri proponendo arresti preventivi nei confronti dei 'violenti' del movimento studentesco.
Arresti preventivi, ovvero, misure detentive che privano una persona della libertà personale non solo senza la previa celebrazione di un processo in cui si verifichi la responsabilità penale del soggetto ma addirittura senza un giudizio sommario di pericolosità sociale del soggetto, di reiterazione del reato.
Un arresto senza reato, una sorta di repressione ideologica che punisce il soggetto per ciò che potrebbe fare.
Una misura, ancora una volta, che unita all'idea di sottoporre i magistrati al potere dell'esecutivo, sottolinea come la destra nostrana non sia di matrice liberale ed europea, bensì fascista e sudamericana.
Una proposta del tutto antitetica ai principi costituzionali della personalità della responsabilità penale e della funzione rieducativa della pena.
Una proposta che evoca misure di repressione ideologica tipiche dei regimi autoritari o, peggio, totalitari.
Cerchiamo di ricordarci che Gasparri era compagno di partito di quello stesso Fini con cui oggi qualcuno vorrebbe stringere improbabili alleanze programmatiche.
A chi cita l'esperienza partigiana voglio ricordare che i partigiani sorpassarono le loro differenze per sconfiggere i fascisti, non si unirono a loro.
politica interna
17 dicembre 2010
Da Marzabotto a Salò. Una classe dirigente al capolinea.
Sabato 11 dicembre a Roma si è respirata un'atmosfera di grande vitalità, passione politica, sincera speranza per il futuro e per la 'riscossa democratica' di quanti sperano in un cambiamento possibile.
O meglio, speravano.
Ci hanno abituati i nostri cari dirigenti politici alle docce fredde.
Ma il tempismo con cui riescono a smorzare l'entusiasmo di una manifestazione ben riuscita è impressionante.
Dopo la giornata dell'orgoglio democratico si celebra, oggi, il giorno della subalternità.
La proposta politica di Bersani esposta in un'intervista a Repubblica è la dimostrazione della sordità di una classe dirigente stanca nei confronti della voce della gente e della stessa base del Partito.
Sabato, a Roma, durante il comizio di Bersani i cuori erano caldi e battevano forte.
Il gelo, però, scendeva repentino quando il segretario parlava di governi di responsabilità nazionale o improbabili alleanze da destra a sinistra.
Ma, forse, non è facile cogliere queste sfumature per chi è classe dirigente da un ventennio e ha perso l'abitudine di stare in mezzo alle persone.
Il Terzo Polo, ancora, non è una formazione politica delineata. Nessuno sa quanto potrebbe pesare in termini elettorali. Dovrebbero, semmai, essere loro a corteggiare le formazioni politiche maggiori, come il PD, per paura di restare isolati. Ed invece no. Il PD, nato con la pretesa di essere forza maggioritaria in grado di dare il via ad un cambiamento epocale del nostro sistema politico, li corteggia ad oltranza nonostante i secchi no pronunciati da Fini e l'ambiguità di Casini.
Questo atteggiamento ha solo un nome: subalternità.
Dubito che chi appare subalterno possa convincere l'elettorato.
Piuttosto che guardare al Terzo Polo il PD dovrebbe chiedersi perchè il suo bacino potenziale di voti è amplissimo e il suo bacino reale sempre più ristretto e cercare di riconquistare quei delusi.
Il che, certo, non può avvenire con soluzioni di palazzo sintomo di disorientamento e paura.
Si propone una improbabile alleanza tra gli eredi storici della resistenza e coloro che propongono di equiparare i repubblichini ai partigiani.
La nostra gente, quella di Roma, non capirebbe.
Sarebbe un'ennesima accozzaglia unita solo dall'odio verso una persona.
E, ancora di meno, si capisce per cosa si costituirebbe questa maxi Unione: quali posizioni si avrebbero sulla questione sociale, sui diritti civili, sull'imigrazione, sulla laicità, sulle questioni etiche?
La verità è che questa classe dirigente non va rottamata, come dice qualcuno, per contrapporvi le mire ambiziose di qualche trentenne ma è ormai giunta al capolinea ed è in grado di proporre unicamente proposte politiche che puzzano di vecchio, di pauroso e di confuso.
In ballo c'è la stessa sopravvivenza di quel progetto di cambiamento chiamato Partito Democratico.
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