Livorno. 21 gennaio 1921. Novant’anni dopo.
Un Teatro San Marco gremito ospitava, novanta lunghi anni
fa, la nascita del Partito Comunista d’Italia.
Oggi del Teatro, colpito dai bombardamenti durante la
seconda guerra mondiale, non resta che
qualche muro. Del Partito neppure quello.
Resta, tuttavia, una bella iniziativa: una mostra per i
novant’anni dalla nascita del Partito, inserita nelle iniziative per i 150 anni
di Unità nazionale.
Con un significato univoco: il Partito Comunista, piaccia o
no, ha costituito un elemento fondamentale nella storia italiana del novecento,
coprendo ben 70 dei 150 anni di Unità.
Una pietra miliare.
Caduto il muro di Berlino la politica si è precipitata
frettolosamente a ripulire se stessa da quell’esperienza.
E così sono spuntati fuori i dirigenti del Pci che mai sono
stati comunisti, sono cambiate le sedi, i nomi, i simboli.
A novant’anni dall’assise di Livorno è tempo di pensare al
Partito Comunista Italiano con maturità e distacco storico.
Senza vergogna. Con qualche rimpianto.
Non può esserci vergogna per aver militato in un Partito che
ha contribuito in maniera determinante, con grande sacrificio di uomini e di
menti, alla sconfitta finale del nazifascismo, perdendo sui monti migliaia di
ragazzi e ragazze per la libertà dell’Italia.
Nessuna vergogna può avere chi ha aderito ad un Partito che
ha scritto la
Costituzione più bella del mondo, ottenendo un difficile
compromesso tra le ragioni del mercato e dell’impresa e quelle della persona
umana, della dignità, dell’eguaglianza e della giustizia sociale.
Nessuno può vergognarsi di aver preso parte ad
un’organizzazione che ha saputo dare rappresentanza ad ampie sacche sociali di
dissenso e di insofferenza, limitandone la carica destabilizzante verso
l’ordine democratico.
L’elenco potrebbe continuare.
Il Partito Comunista, perlomeno da quando ha maturato l’idea
di una propria via al socialismo alternativa ai sistemi del socialismo reale,
ha costituito una grande forza di progresso in grado di incidere nello scenario
politico italiano per ottenere maggiori diritti, giustizia sociale, equità e
riforme di struttura erodendo il privilegio.
Non senza errori di valutazione o di metodo, sia chiaro.
Ma questa è, ormai, storia.
Nessuno può pensare a riproporre quel modello, nato e cresciuto
in un contesto storico, politico, culturale e sociale non più ripetibile.
Resta qualche rimpianto.
Il rimpianto per quel senso di appartenenza e di gelosia
verso il Partito che nutrivano i suoi iscritti e militanti.
Il rimpianto per la coesione, la solidarietà tra i membri,
la dedizione alla causa comune.
Un vecchio compagno del circolo PD del mio comune mi disse
una volta: “Ricorda, le persone passano, il Partito resta”.
In questa frase voglio suggellare un passaggio di consegne
tra chi ha vissuto, senza alcuna vergogna, l’esperienza politica del PCI e chi,
come me, si accinge con passione ed entusiasmo, ad impegnarsi nella nuova sfida
del Partito Democratico.
Le persone passano, il partito no.
E se il Partito si identifica con una persona?
E se il Partito rinuncia ad essere una libera comunità di
donne ed uomini stretti intorno ad una tavola comune di valori e ad un unico
progetto di riforma della società?
E se nel Partito le mire ambiziose di taluno prevalgono
sulla causa comune?
Di colpo siamo nel presente.
Il Partito Democratico non è il PCI. Nessun dubbio su
questo.
Ma raccoglie alcune intuizioni delle personalità migliori
del vecchio Pci.
Raccoglie la sfida di Gramsci che rifiutò il settarismo e la
chiusura all’esterno del Partito guardando con favore ad esperienze pur diverse
ma con basi comuni, come il movimento sindacalista cattolico di Guido Miglioli
o il liberalismo progressista di Pietro Gobetti.
Raccoglie l’intuizione di Berlinguer secondo cui le forze
della sinistra non avrebbero potuto esimersi da un contatto con le masse
cattoliche con le quali, d’altronde, molti erano i punti in comune.
Oggi, superati gli steccati ideologici e i pregiudizi,
esiste una casa comune per tutti coloro che sognano una società più giusta,
senza privilegi, con un’allocazione più equa delle risorse, con più dignità e
dove la persona sia veramente al centro, prima del mercato e dell’iniziativa
economica.
Le persone passano, il Partito resta.
Spesso le rivalità interne, le ambizioni personali, le lotte
intestine ci fanno dimenticare quanto sia preziosa e delicata la casa comune in
cui viviamo.
Si annebbia la memoria e si dimentica quanto in comune si
abbia.
Risale alla fine dell’ottocento la straordinaria esperienza
delle società di mutuo soccorso.
Un esempio di solidarismo, di capacità di mobilitazione,
degli ultimi, dei proletari, che, dimenticati dallo Stato, si organizzano per
aiutarsi vicendevolmente, consapevoli che l’individuo da solo non può nulla, ma
che solo stringendosi in social catena è possibile far fronte alle ingiustizie
del tempo.
Queste organizzazioni avevano colori diversi, alcune erano
socialiste, altre cattoliche.
Ma condividevano gli stessi valori, gli stessi bisogni,
parlavano agli stessi soggetti.
La storia ha poi diviso il grande movimento solidale che
predicava l’eguaglianza, la giustizia sociale, la liberazione dalle ingiustizie
e dai soprusi.
Ora la storia, in Italia, ci riporta indietro, agli albori
della coscienza sociale e della domanda di eguaglianza, uniti in unico
progetto.
Abbiamo una grande casa comune per ridare slancio a questo
sogno.
Il programma c’è. E’ scritto nella Costituzione, quella
stessa Carta Costituzionale rimasta inattuata in molte sue parti ed il cui
programma egualitario e di riforma radicale attende ancora di essere attuato.
Ma la dimensione nazionale non basta e le recenti vicende
dimostrano come occorra ormai assumere un’ottica sovranazionale.
Il terreno naturale in cui questo grande progetto deve
dispiegare il suo percorso non può che essere l’Europa. L’Europa unita, grazie
a liberi pensatori che si formarono politicamente proprio nel PCI come Altiero
Spinelli.
L’Europa che deve considerare sempre più il proprio modello
di economia sociale e di welfare universale come un motivo di orgoglio da
difendere gelosamente.
L’Europa, che deve diventare sempre più Europa sociale, dei
diritti, delle tutele e del benessere diffuso e non detenuto da pochi.
Per
dirla con Spinelli «Sarà il momento della nuova azione e sarà l'ora di
uomini nuovi: il momento per una Europa libera e unita»
Quel momento è arrivato.
Solo così potremmo dire davvero di non aver disperso la
carica e l’eredità del PCI e potremmo davvero gridarlo: auguri.